sabato 1 novembre 2014

Buio







Sì.
Potrei farlo.
Potrei ancora farlo.
Chi potrebbe impedirmelo, dopotutto? I corpi senza vita dell’intero equipaggio?  
Chissà che spasso sarebbe: tentare di fermami per ben due volte, fallendo miseramente. In fin dei conti hanno già fallito quando erano in vita, non oso immaginare quanto possano fare da morti.
Buio, solo questo riesco a percepire con tutti i miei cinque sensi. Intrappolato in questa dannata gabbia di metallo non sono in grado percepire nient’altro, se non la pesantezza dell’aria sempre più priva di ossigeno e che a breve non sarà altro che la causa della mia morte.
Credo di capire adesso cosa provò Bolt – il mio porcellino d’india che possedevo all’età di nove anni – quando, per un sadico dispetto, mio fratello lo rinchiuse all’interno di un barattolo di vetro che poi sigillò ermeticamente: la povera bestiola inizialmente osservò dall’interno quel dannato di Jonas, forse anche con fare scocciato come a volergli dire di smetterla con quei giochetti da emerito idiota e che si decidesse a crescere; dopo qualche minuto iniziò ad agitarsi e a cercare di arrampicarsi sulla consistenza vitrea del barattolo, inutile dire quale insuccesso fu la sua ardua impresa; dopo un giorno e mezzo morì. Io non vidi nulla di tutto questo, ero al camping estivo di Juneau, ma quello stronzo non mancò di descrivermi ogni singola scena non appena rincasai. Mi prese con sé prima che potessi chiudere la porta d’ingresso, avevo ancora in testa il cappellino dei Malamute Strikers – quello con il numero 6, autografato da Colin W. Hosmett – e il borsone in mano. Mi condusse nella sua stanza dove, in bella vista sul ripiano della scrivania, vi era il barattolo con il corpo privo di vita di Bolt. Cominciai a piangere mentre Jonas mi descriveva dettagliatamente l’agonia provata dal mio piccolo amico; gli gridai di smetterla e che lo odiavo ma più la mia voce aumentava di volume più lui si divertiva a torturarmi psicologicamente.
«Void!»
Un urlo lontano e distorto mi riporta improvvisamente in questo schifoso buco senza uscita. Un barattolo di vetro chiuso ermeticamente e un criceto al suo interno che, invano, cerca una via di fuga.
C’è una sostanziale differenza però tra me e il caro, vecchio, piccolo Bolt: lui non aveva questo gioiellino che rimiro in tutta la sua bellezza tra le mie mani. Il calcio in legno, la canna lucida, il foro alla sua estremità, la sicura posta sulla parte laterale e, ovviamente, il grilletto immobile ma al tempo stesso fremente di essere premuto.
È stato frutto della mia immaginazione? Ho davvero sentito qualcuno pronunciare il mio cognome? Sembrava così reale e al tempo stesso illusorio, eppure tendendo l’orecchio non riesco a sentire altro che il silenzio: opprimente come l’oscurità che circonda il Triton 617 e pressante come l’abnorme quantità di acqua che lo sovrasta a 1988 metri di profondità. Un abisso che ha sempre teso le sue braccia tentacolose, come un Octopus di dimensioni enormi, verso questo sottomarino dentro cui non è rimasta più alcuna traccia di vita. E c’è riuscito, da brava fottuta piovra gigante, a trascinarci a fondo. Sempre più sotto… sempre più sotto… sempre più sotto…
«Devo uscire di qui» sussurro mentre osservo il velo nero e liquido oltre la calotta di vetro della plancia di comando, all’estremità del sommergibile. Vorrei dare a me stesso una fievole speranza che tutto possa sistemarsi, ma è uno sforzo totalmente inefficace e me ne rendo conto quando vedo che non c’è nulla che i miei occhi possano vedere: solo vuoto. Vorrei anche solo osservare i banchi di pesci che con simultaneità, alla pari di un gruppo di bravissime atlete di nuoto sincronizzato, guizzano attorno a questo relitto. Eppure non posso, c’è solo un enorme nulla e dovrò conviverci fin quando…
Passi.
Ritmici e possenti, come ticchettii di un orologio dimenticato in un antro cupo e silenzioso. O come una sveglia ingoiata da un grande coccodrillo. Sì, magari sarà lui… qualcuno che sta venendo a prendermi, come il coccodrillo che bramava l’altra mano di Capitan Uncino. Vogliono riportarmi nuovamente lì, in mezzo agli altri. In quel mattatoio.
«Void!»
Ancora una volta la voce si ripercuote nei corridoi metallici del Triton 617, arrivando verso di me in maniera distorta. Il mio cuore accelera i suoi battiti, i quali come per magia trovano un loro ritmo sincrono con il rumore dei passi che si avvicinano sempre di più.
Corre.
«Void! No!»
Pigio il piccolo pulsante presente sulla parte laterale dell’arma, facendo scattare la molla che mi permette di estrarre il caricatore. Lo osservo, sorrido e scuoto la testa. Riderei a crepapelle come una iena impazzita se potessi, solo per appurare di essere totalmente fottuto. Come sospettavo, dopotutto… che gran bella botta di fortuna! Nessun proiettile, solo uno in canna.
«Merda!» urlo e in maniera del tutto volontaria, do una testata sul freddo muro di ferro; non riesco a dosare la mia forza in preda al panico e allo sconforto, e solo dopo aver effettuato questo gesto mi rendo conto di come la mia lucidità mentale stia andando in frantumi.
Frantumi… ma certo.
Comincio ad avvertire un bruciore lancinante all’occhio destro che chiudo di scatto e stropiccio con un pugno chiuso. Il sangue ha cominciato a scivolare giù dalla ferita apertasi con violenza sulla mia fronte: fluido, caldo e rosso scarlatto come fosse lava.
Sangue. Non riesco ancora a dimenticare come ne fui ricoperto da capo a piedi prima che succedesse tutto.
Io non sarei dovuto neanche essere qui, maledizione! Sarei dovuto essere con la miei cari a festeggiare il giorno del Ringraziamento.
Ricordo alla perfezione il profumo inebriante del tacchino ripieno in forno, l’aria di festa che si riusciva a percepire nell’aria; niente ospiti, solo io e la mia famiglia. Eppure un ospite arrivò, indesiderato da tutti a partire dal sottoscritto: una telefonata. Dall’altra parte del ricevitore vi era il mio diretto superiore che forse non aveva ben capito cosa significasse avere una settimana di congedo.
‘Non posso, signore’ gli dissi. ‘È il giorno del Ringraziamento e…’
‘Muovi il culo, Charlie! Ti voglio al molo trentasette del porto di Sitka, in gran numero sono già lì e tu sei l’unico macchinista nei dintorni. Smettila di pensare a quella fottuta festa e fai in fretta.’
E feci in fretta. Per correggermi, feci più in fretta che potevo. Prima avrei finito, prima sarei tornato a casa. Quanto mi sbagliavo. Nessuno di noi poteva immaginare che quel sottomarino ormeggiato sarebbe diventata una bara sepolta negli abissi.
Non appena poggiai piede sulla pista d’atterraggio del Rocky Gutierrez Airport fui colto da uno strano senso di ansia mista a paura, ma non diedi ascolto alla mia parte all’erta che mi aveva già avvertito. Respirai a pieni polmoni l’aria gelida che il clima degli ultimi giorni di Novembre era pronto a donarmi, chiusi gli occhi e mi diressi con il mio bagaglio a mano verso la stazione degli autobus. Il porto non distava molto, appena una decina di chilometri… più che sufficienti però a far emergere nuovamente quella vocina che mi intimava di tornare a casa e mandare al diavolo il mio superiore. Ancora una volta non gli diedi ascolto, sebbene domande multiple si presentassero incessantemente all’interno della mia testa, veloci come dei flash di una schiera di fotografi alla prima nazionale di un acclamatissimo film di Hollywood. Perché avevano necessario bisogno di me, nonostante avessi preso un periodo di congedo? Per quale assurdo motivo era richiesta urgentemente la mia presenza? Era forse successo qualcosa? Un evento di cui non avrei dovuto sapere nulla attraverso le controllatissime reti telefoniche? O forse era…
Non potei finire l’ennesima domanda in quanto mi ritrovai schiacciato contro il sedile posto di fronte al mio. Una frenata improvvisa da parte dell’autista e successivamente uno schianto violento ne furono la causa. Poi arrivò la prima esplosione a un centinaio di metri dalla posizione in cui il bus si era schiantato. Panico. Questo fu ciò che provai insieme agli altri cittadini i quali iniziarono ad urlare e a correre all’impazzata. Non riuscii a scorgere niente se non il rosso delle fiamme di una seconda esplosione più distante ma che mi scombussolò più di quanto non fece quella più vicina.
Mi chiesi cosa stesse succedendo e tutt’ora, mentre osservo quella patina di tenebra appena oltre il vetro, non sono riuscito a scoprire quale fosse la risposta.
Corsi a perdifiato, con una voglia immane di abbandonare il mio borsone e aumentare quindi la velocità. Mi diressi verso il porto senza badare alla gente che correva all’impazzata come se la loro città fosse appena stata reduce di un attacco missilistico. Da quel che potevo saperne non ero andato lontano dal vero. Stavo per arrivare a destinazione, quando un tir – guidato da qualcuno che aveva di certo dimenticato l’esistenza di altri due pedali alla sinistra dell’acceleratore – mi mancò di un singolo metro, evitando uno schianto che mi avrebbe di certo ucciso sul colpo. Dio solo sa quanto in questo momento avrei preferito finire sotto quel camion che trasportava materiali infiammabili, ma il dannato destino si è divertito a prendersi gioco di me, facendomi scostare all’ultimo istante e bloccandomi di netto non appena il mezzo impattò contro la stazione di rifornimento all’angolo della strada, la quale esplose in una frazione di secondo. L’onda d’urto, ustionante e oleosa, mi investì in pieno sbalzandomi da dove mi trovavo: a mente lucida mi rendo conto che se non avessi avuto il borsone ad attutire il colpo, con molta probabilità la schiena mi si sarebbe spezzata come un ramoscello secco sotto la suola di uno stivale. L’aria era diventata irrespirabile, tra l’elevata temperatura che si contrapponeva al gelo tipico dell’Alaska e il fetore del gasolio che impregnava ogni singola cosa. Sentii che stavo per perdere i sensi ma mi imposi di non farlo, altrimenti sarei rimasto lì e di certo non mi sarei più risvegliato. Mi rialzai a fatica, abbandonando il borsone e riprendendo a camminare inizialmente come un ubriacone scombussolato dall’alto tasso alcolico nelle sue vene, per poi prendere velocità e ricominciare a correre. Urla, fumo e detriti. Questo era ciò in cui si stava trasformando Sitka, e in quel momento pensai che non sarei neanche stato testimone di un degrado simile… che avrei perso la vita prima di raggiungere il molo. Un timore mi assalì improvvisamente: e se fossi arrivato a destinazione e non ci sarebbe stato nessuno ad aspettarmi? Era una delle infinite alternative che stavano piombando all’interno della mia mente come piccoli frammenti di meteorite. Accelerai il passo e finalmente raggiunsi il molo. Non ebbi neanche il tempo di chiedere cosa stesse succedendo. Semplicemente mi cinsero un paio di braccia e mi ritrovai all’interno del Triton 617, pronto all’immersione.
Non riuscii a capire molto tra il caos generale dell’equipaggio. Sapevo solo che non volevo andare con loro; volevo tornare a casa per constatare se la situazione vista a Sitka fosse un caso isolato o no. Le uniche cose che sentii furono termini scollegati gli uni dagli altri senza un preciso ordine.
Creature.
Caos.
Grand Island.
Nuova Zelanda.
Minaccia.
Dio.
Dio, eh? Dov’era Dio quando perdemmo improvvisamente energia e il Triton si era ridotto semplicemente ad un pezzo di metallo sott’acqua che si stava lentamente inabissando? Dov’era Dio quando la luce si spense totalmente impedendoci di constatare a quale profondità fossimo arrivati? Dov’era quando chi schiantammo al suolo? Dov’era quando, constatando che le comunicazioni erano state interrotte, mi feci prendere dal panico e rubai la pistola del mio superiore puntandogliela contro? Dove si trovava quando premetti il grilletto? Era lì con noi quando mi macchiai le mani uccidendo anche gli altri membri del sottomarino?
Tutt’ora non ho idea di come le cose vadano in superficie. Se il mondo oltre questo cielo d’acqua nera è stato distrutto o la misteriosa minaccia è stata debellata. Non so come sta la mia famiglia, così come non so se siano sopravvissuti, nel caso in cui Juneau sia stata ridotta come Sitka.
«Void! Non farlo! Moriremo tutti!»
La voce. Quella stupida voce che sta venendo a prendermi non ha ancora capito che siamo già tutti morti comunque. Quali chance potremmo avere di salvarci? Anche nel caso in cui sapessero quale sia la nostra precisa posizione, come potrebbero mai arrivare i soccorsi a 1988 metri di profondità? Come giungerebbero in così poco tempo?
E inoltre tutti chi? L’equipaggio è già tutto morto. La voce, a quanto pare, è rimasta indietro di qualche ora. Peggio per lei, sarò ben lieto di mostrarle come raggiungere il resto del gruppo.
Asciugo nuovamente il sangue colatomi sul viso con il dorso della mano; l’arma ancora saldamente stretta. Con sconcerto mi accorgo di una sostanziale differenza: tra la mie mani non c’è più una comune pistola d’ordinanza, ma una pistola lanciarazzi. Chiudo gli occhi e scuoto la testa, lasciando che alcune gocce di sangue vadano a schiantarsi al suolo metallico come una pioggia vermiglia. Quando li riapro mi accorgo che l’immagine non è cambiata e che continuo ad impugnare quella dannata lanciarazzi. Impossibile, mi dico, ho visto con i miei stessi occhi il caricatore vuoto.
Avverto improvvisamente un secondo suono, proveniente dall’esterno, dalla tenebra degli abissi. Qualcosa di grosso è appena passato accanto al sottomarino. Non ne ho paura, sono qui dentro e niente di ciò che c’è fuori può nuocermi... sebbene sappia che non è così. Non ne ho timore perché so di essere al sicuro. Sono tranquillo perché sono consapevole di ciò che fin’ora ho rifiutato.
Il buio, quella coltre nera e infinita, acquosa e dentro cui ogni singolo incubo riesce a prendere vita, vuole che io mi unisca ad esso. Mi sta reclamando e la cosa ancora più strana è che io desidero che ciò avvenga. Perché? Forse perché so che anche nella tenebra più oscura esiste una scintilla di luce; quella stessa luce che potrebbe permettermi di rivedere le persone che amo e che forse potrebbe condurmi nuovamente in superficie.
«Void! Ci condannerai! I soccorsi stanno arrivando!»
La voce, sempre più vicina, sta provando a fermarmi in tutti i modi, sparando cazzate a raffica. I soccorsi che arrivano. Come no, e io in realtà sono Michael Jackson. Se mi avesse detto che in realtà sono tutti vivi e vegeti e che la mia si tratta solo di una assurda allucinazione dovuta all’enorme ansia avrei anche potuto cred…
E se fosse così? Se realmente si trattasse di uno scherzo mentale? Se in realtà quello che ho creduto di fare non è accaduto realmente e adesso ne sto lentamente prendendo consapevolezza?
Osservo nuovamente la pistola lanciarazzi stretta nella mia mano, ripensando allo strano evento successo poco prima: non era altro che una normale pistola d’ordinanza.
La cosa presente all’esterno del sottomarino sfreccia nuovamente a pochi metri da esso, riportandomi alla piena consapevolezza di ciò che è stato. Nessuna allucinazione, nessun gioco della mia mente. È tutta realtà: sono all’interno di un relitto a 1988 metri di profondità e fuori da qui non c’è altro che l’oceano
Il buio.
Sollevo il braccio.
L’oscurità.
«Cristo Santo, Void! Fermati!»
La tenebra.
Chiudo gli occhi. Il cuore martella in petto come un tamburo suonato da una di quelle tribù indigene nascoste nelle profondità della foresta amazzonica.
La paura.
So bene che cosa accadrà, ma di certo è la cosa più giusta da fare per non impazzire. Sempre che io non sia già impazzito. 
Mi reclama.
«CHARLIE!»
Ascolto tutto.
Mille pensieri rimbalzano nella mia mente, si ripercuotono senza sosta come un’eco.
Trattengo il fiato.
Premo il grilletto.
Riesco solo a sentire il rumore del vetro che si infrange e poi io e gli abissi diventiamo un tutt’uno.

giovedì 16 maggio 2013

News Flash


Come dice il titolo: notizie veloci veloci.
Poco tempo fa avevo accennato ad una collaborazione con la nuova realtà editoriale "La Mela Avvelentata" la quale aveva accettato di pubblicare il racconto breve "Giorno Uno", che trovate online nel loro sito. Avevo già parlato della disponibilità e della serietà dello staff che componeva questo nuovo editore digitale. Ma avevo accennato anche ad un altro contributo che avevo dato per una nuova iniziativa indetta dal suddetto editore.
Ebbene, l'iniziativa consisteva in un'antologia di racconti brevi. 50 racconti di fantascienza; 50 diversi scrittori emergenti e non.Ogni racconto è stato selezionato dal curatore Alexia Bianchini. Il titolo è un vero e proprio richiamo ironico al successo editoriale delle 50 sfumature di grigio, nero, rosso, viola, fucsia, lilla, blu elettrico e giallo canarino.

50 Sfumature di Sci-Fi ed è in uscita in formato e-book e cartaceo il 28 Maggio 2013.
E' con non poca emozione che posso dire di far parte dei 50 selezionati. Il racconto in questione si intitolerà "Flyway 617".
Ho inoltre notato che tra i selezionati c'è anche Francesco Troccoli, che ho avuto il piacere di conoscere e con cui ho collaborato al podcast "La Porta Segreta".

Qui di seguito la lista dei racconti selezionati:

1. Cantico del guerriero eterno – Daniele Picciuti
2. È solo l’inizio - Viola Lodato
3. Una famiglia perfetta – Emanuele Delmiglio
4. Chouma-Fly - Dario Tonani
5. Speranza - Anna Grieco
6. Tartan - Stefano Pastor
7. Symlife – Giovanni Stoto
8. NeoLife Enterprise – Lorenzo Crescentini
9. Dodici minuti - Livin Derevel
10. Una questione di memoria - Alain Voudì
11. L’Ufficio Richieste - Marta Leandra Mandelli
12. Tempus fugit - Francesco Troccoli
13. Fuoco amico - Claudio Cordella
14. G.D.O. - Simone Messer
15. La Soglia – Serena Barbacetto
16. Adatto – Maico Morellini
17. Il Sentiero della Spirale - Sandro Battisti
18. Recupero Intergalattico – Ambra Fraccaro
19. Flyway 617 - Aaron Leonardi
20. Sganciamenti - Chiara Perseghin
21. Lenora - Rigoni Fiorella
22. Il dibattito - Andrea Santucci
23. La preghiera della sera - Francesca Rossi
24. Galassia Magellano - Elvio Ravasio
25. Secondo avvento - Luigi Milani
26. Infinity - Federica Gnomo
27. Cacciatori di Draghi - Enrico Nebbioso Martini
28. Il bastoncino più corto - Fabrizio Fortino
29. Galassia madre – Marco Milani
30. LUI & LEI - Claudia Graziani
31. Gamma pavonis – Ivan Berdini
32. Virus – Donatella Perullo
33. Piloti di Meteor – Vittorio Della Rossa
34. Flush – Francesco Verso
35. Mutangenesi – Alexia Bianchini
36. Nella luce – Luca Romanello
37. Per un pugno di sogni – Stefano Sacchini
38. Il pianeta bianco - Luca Fadda
39. Rompicapo – Daniela Barisone
40. Il tempo che verrà - Francesca Montomoli
41. Cambi d’Abito – Alessandro Forlani
42. Ma che bontà - Luciana Ortu
43. Illuminante buio – Fabio Bottinellù
44. Consapevolezza – Paola Boni
45. Me-book - Raffaele Fumo
46. Technofollia - Valerio Marcello Pelligra
47. Happy Days – Raffaele Serafini
48. Finalmente umano – Pellegrino Dormiente
49. Verso la luce – Maria De Riggi
50. Terra – Hush

mercoledì 3 aprile 2013

Breaking News




Buongiorno gente.
Spero abbiate passato delle ottime feste e che vi siate sgorgolati almeno due uova di Pasqua (preferibilmente Kinder). 
Io tutto sommato non posso lamentarmi, passate in buona compagnia familiare. Niente uova per il sottoscritto che da mesi evita di mangiare roba dolce per non rischiare di riprendere i chili già persi, al massimo un pezzo di colomba (assolutamente senza canditi).
In fin dei conti mi sono anche rilassato prendendo un giorno e mezzo di riposo dal lavoro.

E adesso rieccomi qua, dietro il bancone a scrivere queste piccole news, tanto per tenere aggiornato chiunque voglia mettere piede qui dentro. Per sbaglio o di propria volontà, a me non fa differenza.


Project Sun
A poco più di tre o quattro capitoli dalla fine di ciò che io considero il "primo libro" e che Valeria Romanazzi considera il "primo numero", la stesura di Project Sun è stata interrotta a tempo indeterminato.
La causa più grande la si può leggere nel post precedente, ultimamente non ho proprio la testa di continuare quella storia, senza contare inoltre che quest'anno non ci sarà alcun N°2 a Lucca Comics (per dirla tutta non penso ci sarà neanche lo stand Tenaga Comics, ma anche se ci fosse Project Sun non farebbe parte della lista degli albi nuovi in uscita). Decisione presa in quanto non si ha più intenzione di presentarlo come autoproduzione, senza contare che la disegnatrice non era del tutto soddisfatta del risultato avuto con il N°1. Troppa roba era stata tagliata dalla versione scritta; molte cose erano state modificate o riadattate affinchè potesse entrare tutto in una sessantina di pagine di fumetto; pochissimo era stato il tempo a disposizione per dedicarsi in tutto e per tutto alla realizzazione grafica e allo spam generale (la pagina di Facebook, ancora oggi, conta appena 170 Like e l'ultimo vero aggiornamento risale a Dicembre del 2012). Diciamoci la verità, eravamo partiti sparati a mille per questo progetto, prevedendo anche un buon spam virale con tanto di enigmi da risolvere per ricevere news sostanziose, mandate per e-mail a coloro che decidevano di appoggiare la Ribellione iscrivendosi al sito ufficiale... ma alla fin fine si è riusciti a fare poco più di un decimo di tutto ciò che avevamo in mente di fare. Vuoi un po' per il mio lavoro, vuoi un po' per il lavoro di Valeria, vuoi un po' per il tempo ridotto al minimo, Project Sun non ha proprio fatto il BOOM che io mi aspettavo. Certo, è stata una novità per me e il "nuovo arrivato" tra le produzioni della fumettista e l'interesse c'è stato da parte degli acquirenti, ma ci aspettavamo qualcosa di diverso. Io mi aspettavo qualcosa di diverso. Tutt'ora, a sei mesi di distanza dall'uscita dell'albo non ho ricevuto una sola opinione da parte dei lettori (ad eccezione degli amici, ovviamente), proprio per sapere se è piaciuto o se non è piaciuto, se era il caso di sistemare ciò che non andava bene o sapere se i personaggi sono ben caratterizzati o no. Nada de nada.  
Quindi niente più autoproduzione per Project Sun. Si ricomincia da zero per presentarlo a qualche editore, molta roba verrà ridisegnata completamente e con più cura nei dettagli, altre cose verranno aggiunte per rendere l'albo nuovo il più fedele possibile alla storia che io ho scritto. Contando pure che l'albo definitivo comprenderà anche quello che sarebbe dovuto essere il N°2 (la cui storia scritta è almeno il doppio di quella del N°1) passerà davvero tanto tempo prima che possiate tenere tra le mani nuovamente il fumetto di Project Sun. Anni probabilmente. Motivo per cui adesso non rappresenta più una mia priorità come lo era prima, e anche se avevo in mente di tentare una pubblicazione della versione "romanzata" per adesso è meglio lasciare questa storia da parte per un po' di tempo. 


Nuovi Progetti
Per ogni porta che si chiude si apre un portone, giusto?
Nonostante Project Sun sia stato accantonato a tempo da decidere, c'è qualcosa di nuovo che bolle in pentola.
Molti dei miei scritti sono nati da avvenimenti spiacevoli. L'Ira ad esempio è nata quando quella che credevo una mia cara amica aveva deciso di lasciare la città senza sapere se sarebbe ritornata, ero talmente arrabbiato e frustrato che da quei sentimenti che provavo nacque ciò che tutt'ora reputo la storia più importante che io abbia mai concepito e scritto.
Stessa cosa è avvenuta per questo nuovo progetto di cui ancora non svelerò né trama né titolo. Dico solo che tutta la storia è nata in poco più di qualche giorno, e come successo per l'Ira, durante un periodo in cui una mia cara amica è venuta a mancarmi. Non per niente lo dedicherò esclusivamente a lei quando lo finirò.


Giorno Uno edito La Mela Avvelenata
Non so se vi ricordate Giorno Uno, il racconto breve che era stato selezionato per entrare a far parte del podcast "La Porta Segreta" e letto dal bravissimo Francesco Troccoli (autore di Ferro Sette, uno stupendo libro di fantascienza). Beh, con enorme dispiacere il podcast ha chiuso i battenti lo scorso Ottobre e di conseguenza i diritti editoriali sono cessati.
Qualche mese più tardi, a Gennaio, sono venuto a conoscenza de La Mela Avvelenata, un nuovissimo editore digitale che si presenta al pubblico ammettendo di avere uno staff tutto al femminile. Con grande sorpresa ho appreso la notizia che sono interessati anche a racconti brevi proprio come Giorno Uno, pubblicandoli a titolo gratuito per farsi conoscere come editori ma anche per far conoscere gli autori.
"Bene" ho pensato. "Proviamoci".
Ho inviato il racconto e qualche giorno dopo mi è arrivata la notizia che è stato scelto per la pubblicazione. Ovviamente potete immaginare la mia felicità, pari a quella provata quando ricevetti altre notizie positive inerenti ad altri piccoli successi. 
Non nego che mi sono trovato bene, che lo staff (davvero tutto al femminile) è cortese e sempre disposto a chiarire ogni dubbio, sebbene io mi ponga sempre il limite di domandare qualcosa per non apparire troppo invadente. 
La qualità dei loro testi è molto buona e ho già letto alcuni racconti gratuiti che mi hanno colpito molto (Il Muro di Pellegrino Dormiente ne è un esempio). Sono davvero soddisfatto di aver collaborato con loro grazie a Giorno Uno. Inoltre credo di aver dato il mio contributo anche per un'altra iniziativa indetta dalla suddetta casa editrice... ma non ne sono certo in quanto non sono sicuro nemmeno io se questo contributo è stato preso in considerazione o no.
Di certo sarò io a prendere in considerazione loro quando deciderò di pubblicare quel lavoro di cui ho parlato nel punto due. Chissà che non veda la luce grazie a questo nuovo editore.
Per il resto bisognerà solo avere pazienza.


Muses 2
Uhuhu, sì. Proprio il seguito del famoso Muses di cui ho tanto parlato nei mesi scorsi, partorito dalla mente di Francesco Falconi. Proprio quel libro per cui era stato indetto il contest NetFace di cui ho parlato abbondantemente (riportando anche qui il racconto con cui avevo partecipato). Proprio il romanzo che avevo vinto grazie al booktrailer che avevo creato prima dell'uscita, e che in realtà non c'entrava una mazza con la storia. 
Dove voglio andare a parare? Sono riuscito a vincere una copia del diretto seguito, rispondendo velocemente ad una semplicissima domanda: giorno, mese e anno della protagonista. 
Contando il fatto che il giorno e il mese coincide esattamente con quelli in cui sono nato io, direi che non ho faticato molto a ricordarli. L'anno era incerto, ma alla fine ho ricordato anche quello, fortunatamente.
Ammetto quindi di essere curioso oltre ogni limite riguardo le vicende di questo seguito, che uscirà nel mese di Maggio. Come ho detto prima, bisognerà solo avere pazienza fino alla data di uscita. 


Beh credo che non ci sia più nulla. O forse ci sono altre mille cose ma la mia mente le ha messe da parte e chissà quando le ricorderò :D
Grazie per l'attenzione.

giovedì 7 marzo 2013

La nostra avventura





Vederti crescere è stata forse la cosa più bella che mi sia capitata in tutta la mia vita. 
Passare ogni singolo giorno con te è stato il regalo più bello che qualunque entità divina ci sia lì sopra abbia potuto farmi.
Il tuo affetto, che riuscivi a dimostrarmi ogni qualvolta io ti vedessi, era impareggiabile… forse in tutto questo tempo non ho mai saputo eguagliarlo con quello che io dimostravo a te. Mi davi tanto, più del dovuto, mentre io riuscivo a darti solo ciò che potevo, ed è questo ciò che adesso mi rode dentro.
Quando non ero in vena, quando avevo problemi o semplicemente volevo stare da solo, tu eri lì, sull’uscio della mia stanza. Capivi subito cosa avessi ed eri sempre pronta a tirarmi su il morale nell’unico modo che tu conoscessi: dimostrandomi affetto. Il semplice e puro affetto che un’amica può dimostrare perchè è tutto ciò che può dare. 
E cosa facevo io? Molte volte ignoravo il tuo aiuto e ti sbattevo la porta in faccia. Adesso mi domando cosa tu pensassi quando mi comportavo così con te.
Pensavi forse che non ti eri data da fare per farmi capire quanto mi volessi bene? Che io ce l’avessi con te? Che io avessi tradito la tua amicizia che da sempre, dal primo giorno in cui ti vidi, sei stata disposta a donarmi?
Molte domande attraversano la mia mente in questo momento, domande che non mi ero mai posto precedentemente e che solo adesso passano spedite una dopo l’altra senza darmi sosta. Senza tregua. Mi stanno facendo impazzire e forse me lo merito perché non ti sono stato amico tanto quanto tu lo sei stata con me. È la punizione che mi spetta.
Sai Project Sun? Quella storia che ho scritto da cima a fondo fuori in balcone, durante un caldo pomeriggio d’estate mentre ero disteso sulla sdraio con le cuffie alle orecchie e la musica a palla? Suvvia c’eri anche tu, proprio accanto a me, sul tavolo, tentavi di convincermi a darti retta affinché mi distraessi, cercavi di strapparmi qualche minuto da dedicare solo a te… e ci riuscivi, furbetta; ce la facevi sempre, Dio solo sa come. Ad ogni modo, una frase ricorrente di quella storia è “cosa fareste se tutto ciò che reputate scontato vi venisse portato via?”
In quel momento non riuscivo ad immaginare che fosse rivolta anche a me, perché come un idiota ho sempre dato per scontato tutto. Anche la tua presenza nella mia vita, nei miei giorni e in ogni mio istante.
Adesso mi sei stata portata via. Ora ho capito come ci si sente. In una parte del romanzo viene data anche la risposta ma quando la scrissi credevo di starmi sbagliando. ‘Scrivi ciò che sai’ è la base per tirar fuori un buon romanzo, ma più di una volta ho chiuso un occhio su questa regola. In questo preciso istante mi sto rendendo conto di come fosse veritiero ciò che scrissi. 
Mi sento perso, come se nulla avesse più senso; posso fingere di star bene quanto voglio ma dentro il petto so che qualcosa non c’è più.Non riesco a pensare ad altro, forse non riuscirò a farlo per molto tempo. Tutto ciò a cui riesco a pensare sei solo tu.
 
Quando ti vidi per la prima volta. Pallina era morta da poco più di un mese e ancora avevo dentro la tristezza tipica di un bambino di otto anni per la morte del proprio gattino, ma tu… con quella tua aria furbetta e quegli occhi che riuscivano sempre ad ammaliarmi, sei riuscita a farla svanire via come se nulla fosse. I miei ti portarono a casa quando avevi appena cinque mesi, e fu allora che iniziò la nostra avventura fatta di gioie e sofferenze… beh per l’esattezza solo di gioie dato che tu non mi hai mai fatto soffrire in alcun modo. Come avresti potuto mai farlo?
Ti ricordi quando vedemmo per la prima volta il classico Disney 'Oliver & Company'? Io sdraiato sul letto e tu accoccolata sopra la mia pancia. Ricordo quanto mi emozionava perché associavo te al gattino protagonista e ogni volta che finiva la videocassetta ti riempivo di coccole che tu ricambiavi con le tue continue fusa, così sonore che anche la mamma riusciva a sentire dalla cucina.
E quando ti comprai il topolino meccanico con la convinzione che la parte “cacciatrice” di te sarebbe venuta fuori e invece fuoriusciva solo quella fifona? Lo tenevi sempre d’occhio quel dannato roditore automatico, e non appena si avvicinava tu eri sempre pronta a scappare via.
Non eri affatto nata per cacciare, e molte volte me ne hai dato dimostrazione, anche quando ti avvicinavi alla boccia dei pesci rossi… solo per berne l’acqua. Eppure il tuo istinto da felino era sempre vigile quando i passerotti decidevano di saltellare in balcone. Li osservavi accucciata in posizione di attacco, ma mai provasti ad acciuffarne uno. Sapevi bene che avresti fallito. E lo sapevo anche io.

Pensieri e ricordi confusi si sovrastano gli uni con gli altri. Ho paura di dimenticarli o di corromperli via via che il tempo passerà.

Come quando stavo rischiando di gettarti nel cassonetto dell’immondizia perché, da brava scema che eri, ti divertivi a infilarti dentro ogni sorta di scatola. Quella volta, se non fosse stato per il campanellino del collare che avevi e che ho sentito in tempo, le lacrime che fuoriescono adesso sarebbero fuoriuscite tanto tempo prima.
Ne vogliamo parlare della sveglia mattutina? Per anni è consistita in tre mini-sveglie: prima arrivava papà che mi scuoteva dicendomi di svegliarmi, poi arrivava mamma che apriva la serranda facendo entrare la luce del sole, e infine arrivavi tu che saltavi sul letto e mi svegliavi strusciandoti sul mio viso. Solo allora capivo che era il momento di alzarmi.

Sono molti i ricordi che mi legano a te e se dovessi scriverli tutti, potrei stare qui per ore e ore. E non mi stancherei mai, perché voglio ricordarti così. Nei momenti più belli di questa avventura che è finita proprio stanotte.
Credimi tesoro. Credimi, voglio davvero ricordarti in quel modo. 
Nella stessa maniera di quando guardavamo estasiati l’albero di Natale che ci sembrava enorme, se visto dal basso. Fu allora che scoprii che andavi matta per i capelli d’angelo, specialmente quelli rossi. Ogni singolo Natale ne prendevo uno e giocavo con te per interi minuti… adesso vorrei che quegli attimi fossero durati molto di più.
Voglio ricordarti come quelle volte in cui eri distesa sul mio letto e io, incapace di ripetere a mente gli argomenti che avevo da studiare per il giorno dopo, ti guardavo negli occhi e li ripetevo come se potessi dirmi se stessi commettendo errori o no.
Voglio ricordarti così, ma non ci riesco.

La tua età, ormai avanzata, ha fatto sì che la nostra avventura finisse. Ma lo sapevamo che sarebbe finita prima o poi, vero? Solo che io non immaginavo avrebbe trovato conclusione così in fretta.
Gli ultimi giorni sono stati i più duri per entrambi. Avevamo preso ormai consapevolezza che eravamo agli sgoccioli. I tuoi tentativi di reggerti sulle zampe senza successo, il rifiuto nel voler bere o ingerire cibo. L’avevi capito meglio di me che tutto stava per finire, chissà da quanto tempo. Io invece l’ho capito solo ieri.
Ti ho accarezzato, mentre evitavi di guardarmi e respiravi a fatica. Ti ho salutata, con la consapevolezza che con molta probabilità non ci saremmo rivisti.
«Ce la siamo spassata in questi anni, vero?» è stato quello che ti ho chiesto e tu, come se mi avessi capito, mi hai risposto con un sommesso miagolio e facendo le fusa.
Un bacio sulla tua piccola testa, il mio ultimo gesto.
Un “ti voglio bene”, la mia ultima affermazione.

Oggi, ho avuto la conferma di ciò che avevo previsto ieri.
«Litz è morta.» 
Così mi ha dato il buongiorno mamma.
Sembrava quasi che io l’avessi presa bene, in fin dei conti ero preparato a questa eventualità. Quando però ho deciso di vederti… forse non avrei dovuto, ma non potevo non farlo.
Sono uscito in balcone (proprio dove insieme abbiamo scritto la storia di Project Sun) e tu eri lì, dentro una cassettina, coperta da un piccolo panno: immobile, distesa su un fianco, i tuoi occhi aperti che però non riuscivano più a vedermi, nessun respiro…
Sono scoppiato a piangere e tutt'ora continuo a farlo ogni qual volta ci ripenso. Mi è stato detto che devo concentrarmi su altri momenti belli che abbiamo passato insieme, ma davvero non ce la faccio.

So cosa penseresti di me in questo momento.
Mi faresti capire che sono davvero un cretino nel piangere la tua scomparsa, perché è vero: sei svanita, il tuo corpo non è più qui accanto a me e non verrai più a svegliarmi la mattina. Però è anche vero che il tuo ricordo, quello che porterò sempre dentro il cuore ogni singolo secondo della mia vita, non svanirà mai; se piangerò dovrò farlo solo ed esclusivamente se anche quello dovesse svanire, perché significherà che ti avrò dimenticata per sempre e che per me sei davvero morta.
Mi diresti le stesse parole della canzone che ho messo all'inizio e che ti dedico con tutto il cuore.

'If I die tomorrow
I’d be all right
because I believe
that after we’re gone
the spirit carries on'

È difficile, amica mia. Dannatamente difficile non piangere la tua morte proprio adesso, ma ci proverò.
La nostra avventura, tesoro, è solo stata interrotta. Ovunque ti trovi adesso, dovrai semplicemente aspettarmi. Ok?
Un giorno riprenderemo da dove abbiamo interrotto.
È una promessa. 

Arrivederci cara. Ti voglio bene.




06 Marzo 2013