domenica 27 maggio 2012

Piccoli Aggiornamenti

Piccoli.
Insomma... per me potrebbero anche essere piccoli ma per altri potrebbero anche essere significativi ed importanti (cosa di cui dubito fortemente).
In teoria avrei dovuto scrivere questo post un paio di giorni fa, ma per un motivo o per un altro non sono proprio riuscito a farlo.

Ad ogni modo. Partirei con l'aggiornamento più recente:



La storia di Project Sun è conclusa.
No, non tutta. Solo quella necessaria per la realizzazione del primo numero. Se paragonata all'intera storia potrei affermare di essere semplicemente all'inizio, il che per me è un bene.
Come al solito, quando scrivo, finisco per affezionarmi terribilmente ai miei stessi personaggi e non mi sento pronto ad abbandonarli così presto. Proprio come è successo con i personaggi de "L'ira dei Quattro", anche in questo caso mi risulta difficile non pensare alle sorti di ogni singolo personaggio, alla loro personale storia e al loro particolare carattere. Forse è proprio questo particolare affetto che fa di una storia, una BUONA storia. O forse sono semplicemente io lo stupido che si affeziona a personaggi inesistenti presenti solo all'interno della mia mente, proprio come succede da bambini con l'amichetto immaginario. Però sono contento che ciò avvenga... e al diavolo ciò che pensa la gente. Corretto ragionamento, giusto?

Ne approfitto per ringraziare tutti coloro che in un modo o nell'altro stanno dimostrando il loro interesse sia a me che a Valeria per questo progetto. Quando mi dicevano che è proprio il pubblico la vera fonte di carica per andare avanti stentavo a crederci, adesso (seppur ancora si sappia poco e niente riguardo la trama) ne sono consapevole.
Voglio inoltre ricordare a chiunque bazzichi qui dentro, che il sito della Ribellione aspetta solo nuove reclute. Tra un paio di giorni cominceranno ad essere inviati messaggi da parte dei Crushed Ice... e vi dico già da subito di cominciare a spremervi le meningi perchè leggerli non sarà una passeggiata.

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Ho vinto Muses.
Grazie ad un contest indetto da Mondadori, sono riuscito a vincere una copia di un libro che mi ha ispirato sin dalle prime notizie gettate a piccole quantità su Facebook o Twitter.
Parlo proprio di Muses, il nuovo libro di Francesco Falconi.
Ho "semplicemente" creato un piccolo Booktrailer che potete trovare QUI e poi c'è stata una sfirza di "Mi piace"
Quindi grazie mille a tutti coloro che hanno messo un "Mi piace" al suddetto video, volontariamente e non (quest'ultima forse non dovevo dirla).
Ad ogni modo, spero di iniziare a leggere il suddetto libro (che ho ricevuto immediatamente grazie alla insolita efficienza delle poste) che Francesco ha autografato con tanto di dedica. Purtroppo ho ancora due libri da completare ma non passerà molto prima che io li finisca e inizi questo. Comunque ne sono certo, non ne rimarrò deluso.



Pulsarshine.
Ok... l'avevo interrotto per dedicarmi a Project Sun, ma non per questo ho smesso di pensarci. Lentamente la trama è stata elaborata nella mia testa (insieme a quella di Project Sun, L'Ira dei Quattro e Seaways... sì, sono folle). Eppure come è successo per altre storie, e come prima avevo scritto, bisogna affezionarsi ai personaggi e alle loro personali vicende. Tutto ciò non sta avvenendo con Pulsarshine, e non so se esserne angosciato o prendere la cosa con diffidenza. Mi spiego: la trama a me piace (ci mancherebbe se non mi piacesse) e piace anche alle sole due persone a cui l'ho fatta leggere; i personaggi fin'ora non mi hanno deluso e devo dire che Nadia ha un carattere particolare rispetto a tutti gli altri miei personaggi, quindi dovrebbe in teoria spronarmi. Eppure ancora io e loro siamo due entità separate, non abbiamo trovato quel punto di unione che ci permetta di convivere insieme fino alla fine della storia. Con ciò non sto dicendo che non la continuerò, anche perchè sono convinto che lentamente un qualche tipo di unione verrà a galla. O almeno lo spero.




Racconti in raccolta.
Cioè? Mi spiego... ho partecipato a due concorsi (per l'esattezza Asylum 100 e Non spingete quel bottone) rispettivamente con due racconti: Paura e Io non sono cattivo.
"Proviamoci" ho pensato inviandoli entrambi. "Cos'ho da perdere?"
Ebbene, dopo un paio di settimane è giunta notizia che "Paura" è stato scelto per far parte della raccolta Asysum 100. Potete solo immaginare la mia felicità non appena l'ho saputo.
Per quanto riguarda "Io non sono cattivo" c'è ancora da aspettare, dato che di solito dicono se è stato accettato o meno. Ma sono fiducioso e chissà se tra qualche giorno posterò un altro aggiornamento con un'altra buona notizia.



Fine degli aggiornamenti.
Andate in pace.

domenica 13 maggio 2012

La forza dell'odio




«Quanti questa volta?»
La mia voce è assente, sembra quasi che a parlare non sia una persona ma un automa. Posso solo immaginare la risposta: è scontata ovviamente. Perché l’ho chiesto quindi? Per avere un briciolo di speranza? Per convincermi che forse il numero è stato dimezzato rispetto all’ultima volta?
Forse non voglio sapere quanti, ma chi.
«Jackt, Holloway, Baker, Madison, Davies e Willard» risponde l’uomo in piedi accanto a me.
Il suo tono è freddo, senza un briciolo di emozione. Sapeva meglio di me ciò che volevo: ormai è impossibile non riuscire a capire al volo un proprio compagno.
Non sposto lo sguardo dal muro crepato e in parte corroso che ho di fronte. Come potrei? Lì, in quella parete illuminata dalla fioca luce gialla della lampada che oscilla dal soffitto, c’è la mia personale bacheca alla quale affiggo le foto dei miei compagni caduti. Tra le cinquanta già presenti in essa vedo aggiungersi quasi per magia quelle dei sei appena nominati.
«Fuori piove a dirotto, il terreno è un ammasso di fango e acqua putrida. Il forte vento copre ogni forma di rumore… Non sapevano che li stavano aspettando.»
«Mi basti sapere questo. Voglio ricordarli come degli eroi, non come degli stolti» gli dico non smettendo di fissare il muro mentre sento l’uomo posare il fucile a terra, per poi sedersi al mio fianco. Avverto la sua forte mano poggiarsi sulla mia spalla sinistra nello stesso momento in cui la bacheca immaginaria svanisce davanti ai miei occhi, facendo riapparire il muro deturpato.
Un conforto. Ecco cosa vuole trasmettermi con quel gesto, in tempi come questi è tutto ciò che ci rimane: sapere di aver accanto qualcuno di importante, in grado di alleviare i problemi e far mutare in dei semplici ostacoli le continue minacce che questa guerra ci pone.
Appoggio la mano sulla sua chiudendo gli occhi e abbassando il capo.
Quanti morti dall’inizio? Quanti amici abbiamo perso? Quante persone che hanno fatto parte della nostra vita adesso non ci sono più? Ho perso il conto. No, in realtà non l’ho mai iniziato per non associare dei numeri a delle persone: una conta di sangue in continua crescita, giorno dopo giorno.
«Ce la faremo» mi dice l’uomo stringendo la presa sulla mia spalla.
«Hai paura, Zane?» gli chiedo non aprendo gli occhi.
«Costantemente. Ma è il pensiero di ciò che potrei perdere a metterla in secondo piano.»
Ciò che potremmo perdere allevia la paura. Strano, avrei detto il contrario, dato che in un caso come questo la paura viene accentuata. Non riuscirei mai a placare il mio terrore se solo pensassi di poter perdere qualcuno a me caro.
Una potente esplosione proveniente dalla superficie fa vibrare lo stretto cunicolo nel quale mi trovo. Non alzo gli occhi, non mi faccio prendere dal panico. È una cosa ormai normale, come le piccole scosse sismiche in una regione vulcanica.
Ciò che potrei perdere…
Non so chi ci fosse nella precedente vita di Zane, o chi ci sia ancora. Non abbiamo mai parlato di questo, sappiamo entrambi che il passato è l’arma più pericolosa di tutte: ci uccide lentamente nella maniera più cruda e violenta. Non possiamo sfuggirgli, ma non parlarne fa in modo di non accelerare il processo di tortura psicologica. Velocizza semplicemente il tempo che intercorre tra questo scempio che ormai ci ostiniamo a chiamare vita e la morte. Ma ormai di tempo ne è rimasto ben poco e ogni secondo passato qui è semplicemente un numero in meno nel countdown che si avvicina inesorabilmente verso lo zero.
«Cosa hai da perdere?» gli domando senza pensare minimamente di togliere la mia mano dalla sua.
«La mia voglia di vivere» risponde Zane. «Fin quando ho quella ad alimentarmi so bene che la paura di non farcela sarà sempre dimezzata.»
Quelle parole colpiscono la mia psiche quasi fossero delle frecce acuminate, scagliate addosso ad un manichino che funge da bersaglio.
«E tu? Hai qualcosa per cui vale la pena restare in vita?»
«Non qualcosa, ma qualcuno» gli rispondo.
«Senti senti. Riley ha qualcuno nella sua vita per cui vuole restare vivo. E dimmi un po’… chi è?»
«Una donna…»
«Ma quante fantastiche rivelazioni!» dice Zane con entusiasmo mentre mi accorgo che la sua voce esprime allegria allo stato puro.
Mi domando come ci riesca. Come può avere sempre quel tono gioioso, quando fuori di qui la gente non ha ancora capito per quale motivo si combatte ormai da quattro anni?
«Non credevo avessi una donna. Perché non mi hai mai detto nulla?»
«Perché non lo ritenevo necessario.»
«E adesso?»
Il mio respiro regolare tradisce la mia tristezza. Pensare a lei, alla sua bellezza e all’amore che provavo – e continuo ancora a provare – mi distrugge da dentro. È un incendio che parte dal mio cuore e lentamente si propaga anche al resto del corpo. Tengo ancora lo sguardo abbassato.
«Adesso le carte in tavola sono cambiate.»
«In che senso?»
Preferisco non toccare l’argomento. Per quanto male possa fare, credo che restare in silenzio sia la scelta più giusta.
«Avresti dovuto conoscerla. Credo che ti sarebbe piaciuta all’istante. Tutti coloro che avevano il piacere di incontrarla mi dicevano quanto io fossi fortunato ad avere al mio fianco una donna come lei» gli dico con un filo di voce. La mia gola è secca come un deserto e l’aria che continuo a respirare non agevola per niente la situazione. «Non so quello che darei per stare ancora un solo secondo insieme a lei. Non hai idea, Zane. Non hai idea di quanto mi manchino i suoi abbracci o le sue semplici parole. La sua voce… diamine, se ci penso sembra che lei sia proprio qui accanto a me, per rincuorarmi di…»
Una seconda esplosione interrompe le mie parole. L’intero rifugio sembra voglia crollarci addosso e il pulviscolo che cade dal soffitto sembra approvare la mia ipotesi. Stringo maggiormente la mano di Zane mentre alzo gli occhi al soffitto: una reazione del tutto involontaria ma che sembra aiutarmi e darmi incoraggiamento. Dopo qualche secondo tutto sembra finire così come è iniziato.
Respiro profondamente. La polvere mi entra nelle narici e il suo odore pungente sembra graffiarmi le vie nasali fino ad arrivare ai polmoni. L’istinto di tossire è alto, ma non lo faccio. Se avessi dovuto seguire ogni mio singolo istinto sarei già morto da parecchio tempo. Voglio godermi quella strana sensazione.
«Sai Zane, non credo che la rivedrò più.»
«Cosa stai dicendo? Vinceremo questa battaglia. Tornerai da lei e farò in modo di conoscerla.»
«Potremmo vincere la battaglia, ma la guerra l’abbiamo già persa prima che iniziasse. Guarda in faccia la realtà» gli dico alzando leggermente il tono della voce mentre abbasso il viso a terra. Serro i denti e stringo la mano libera in un pugno. «Non doveva succedere! Nulla di tutto questo! Eppure guarda come ci siamo ridotti? E per cosa poi? Per combattere un nemico senza identità che è nato dopo gli eventi a Grand Island! Io… io non la rivedrò più.»
La sua mano lascia la mia spalla e improvvisamente sento un senso di vuoto incolmabile, vorrei afferrargliela e costringerlo nuovamente a poggiarla dove era prima, eppure resto immobile a sopportare quella momentanea solitudine. Lo sento alzarsi per poi inginocchiarsi di fronte a me. Entrambe le sue mani mi afferrano il viso costringendomi ad alzare gli occhi per incrociare il suo sguardo. Mi oppongo applicando la forza necessaria per restare con il volto verso il basso.
«Riley, guardami!» mi ordina Zane.
Non voglio farlo. Non ho intenzione che veda…
«Ti scongiuro, non nascondere le tue lacrime, amico mio. Sei uno dei pochi che ha ancora la forza necessaria per piangere.»
Solo quelle parole sono in grado di sbloccarmi. Alzo gli occhi su quelli verdi di Zane che mi osserva in silenzio. La vista mi si appanna, comincio a vedere molteplici copie dell’uomo che ho di fronte a me, mentre il labbro inferiore comincia a tremare.
“Calmati! Per Dio, calmati!” continuo a ripetermi mentalmente nel contempo in cui avverto un nodo stringersi alla mia gola.
Emetto un singhiozzo sofferente quando mi accorgo che due lacrime scivolano lungo le mie guance. Le mani di Zane mi afferrano nuovamente le spalle; come prima non mi oppongo, ma continuo semplicemente a guardarlo negli occhi, il cui colore sembra sfocarsi.
«Vorrei semplicemente che fosse qui. Lei saprebbe darmi la forza necessaria per andare avanti. Proprio come ha sempre fatto sin dal primo giorno in cui la conobbi. Le sue ultime parole mi rimbombano ancora in testa» dico con voce sussurrata. Gli occhi mi stanno bruciando come due tizzoni ardenti e devo obbligatoriamente battere le palpebre alcune volte per alleviare quel dolore. «Quando ci separammo quattro anni fa. Erano appena iniziati i primi attacchi e per il bene di tutti decisi di affrontare la minaccia, sebbene all’epoca non ne conoscessi la natura. Mi abbracciò e mi disse di non combattere dominato dalla forza dell’odio. All’epoca non capii di cosa parlasse ma adesso…»
«Ehi, non sei obbligato a parlarmene. Lo sai.»
«…sto combattendo una guerra spinto semplicemente da quell’odio dal quale mi aveva messo in guardia. Per i miei compagni caduti. Per il futuro del nostro mondo. Per la loro predominanza numerica. Ogni stralcio di sentimento positivo è stato annullato dal primo momento in cui impugnammo un’arma.»
La lampada appesa al soffitto oscilla a destra e a sinistra provocando quell’effetto disturbante che mi fa cadere maggiormente nello sconforto.
«Perché stai dicendo queste cose?» mi chiede l’uomo che ho di fronte.
Prima che io possa rispondere, una porta in fondo al corridoio viene aperta dall’esterno con un potente calcio. Sull’uscio un uomo sui sessant’anni richiama la nostra attenzione.
«Riley Britt!»
Chiudo gli occhi cercando di alzarmi in piedi.
«Cos… no! Che storia è questa?!» strepita Zane indirizzando l’indice in direzione dell’uomo alla porta.
«Ho sempre impressa l’immagine di lei voltata di spalle, rivolta verso i fornelli mentre prepara la colazione: l’odore delle uova e del bacon che sfrigolano in padella; lo sciroppo d’acero sopra il tavolo accanto ad una torre di pancake. Poi si volta e con la sua espressione sorridente mi da il buongiorno» continuo a parlare rimettendomi in piedi e imbracciando il fucile.
Il mio compagno sgrana gli occhi, la bocca semiaperta mentre osserva alternatamente me e l’uomo alla porta. «Riley no!»
«Mi dispiace, Zane.»
«No!» urla mettendosi tra me e lui. «Non sei ancora pronto!»
Lo scosto con la mano oltrepassandolo per dirigermi verso il mio superiore a braccia conserte. Sento la mano forte stringermi il braccio per bloccarmi.
«Riley, perché?»
«Gli ho ordinato di uscire in superficie poco più di un’ora fa» risponde l’uomo alla porta.
«Krys! Figlio di puttana!» sbraita Zane agitandosi per correre verso di lui e probabilmente ucciderlo con le sue stesse mani.
Lo blocco, osservandolo negli occhi. Scuoto la testa in segno di negazione. Altre lacrime sgorgano dai miei occhi, ma a differenza di prima, le mie labbra abbozzano un sorriso. «Sei un amico Zane. Mi sei sempre stato accanto, non ti ho mai chiesto nulla. Ma adesso ti affido un compito importante.»
Non riesco a placare la sua rabbia, ma sembra essere più ragionevole di quanto pochi istanti prima non fosse.
«Non affidarmi nessun compito. Qualunque cosa tu debba fare… la farai al tuo ritorno.»
«Se mai tu dovessi ritrovarti al Rifugio 617, cercala e dille di perdonarmi per non averle mai dimostrato quanto bene io le volessi. Se davvero mi conosci, non avrai problemi a riconoscerla…»
Le sue braccia mi cingono in un abbraccio, capisco che non vuole lasciarmi andare. Cazzo, non voglio andare io stesso.
«Lo farò. Lo farò Riley, dovesse essere l’ultima cosa che faccio prima di lasciare questo mondo.»
«Grazie» gli sussurro stringendo tra le mani la sua divisa.
«Come si chiama?» mi chiede con tristezza.
«Grace, ma io…» deglutisco e chiudo gli occhi ancora una volta. «Io l’ho sempre chiamata mamma
  

venerdì 27 aprile 2012

Project Sun






Vi ricordate quando tempo fa postai questo video? Era l'ultimo post del vecchio Kamikablog.
Insieme alle varie news sulla  non più pubblicazionede "L'Ira dei Quattro" e al nuovo romanzo in fase di scrittura "Pulsarshine" avevo messo un piccolo annuncio su qualcosa di cui non avrei potuto parlare.
Sono passati quasi 6 mesi e adesso posso finalmente dire a voi lettori di passaggio o continui sostenitori di questo blog, che quest'anno a Lucca Comics 2012 verrà presentato un nuovissimo progetto nato dalla collaborazione del sottoscritto e di Valeria Romanazzi.






Project Sun sarà un fumetto di genere Cyberpunk, pensato per essere una trilogia. Quest'anno sarà disponibile il primo numero e devo davvero confessare che per me è un'emozione unica.
Sì, perchè sarà la prima volta che qualcuno (che non siano i miei amici) conoscerà ciò che scrivo. Esattamente: la storia di questo fumetto è stata creata e scritta dal sottoscritto.
La stupenda sceneggiatura, i disegni eccezionali e la maestria della colorazione saranno invece opera di Valeria Romanazzi.
E' da più di un anno che il progetto è nato e senza far sapere nulla a nessuno l'abbiamo portato avanti, fin quando non fosse stato pronto ad essere presentato al pubblico.
Ed eccoci finalmente qui, siamo arrivati al fatidico giorno in cui un primo piccolo assaggio di Project Sun è venuto fuori allo scoperto. Lo ammetto, nonostante io abbia visto già la nascita e i vari passaggi dell'immagine sopra riportata, quando ho visto quel "A. Leonardi" affiancato a quello di "VR-Tenaga" sopra il titolo, ho avuto un lungo brivido e l'emozione a mille.
Non so perchè, ma è stato e continua ad essere piacevole.

Ad ogni modo, spero realmente che possa piacere e soprattutto che i lettori vengano coinvolti dalla trama e possano affezionarsi ai personaggi. Lo scopriremo solo vivendo.
Per adesso tutto ciò che posso fare è segnalarvi vari link che potrebbero interessarvi:

venerdì 20 aprile 2012

Vorrei che avessimo avuto più tempo




Vorrei che avessimo avuto più tempo.
Avrei davvero voluto che la nostra felicità durasse in eterno… o comunque più di quanto io stesso, con la mia percezione da comune mortale, riesca ad immaginare.
Avevo grandi piani per noi, e ti assicuro che non sono un tipo che costruisce progetti per la sua vita futura; ho sempre preferito vivere come se non ci fosse mai un domani, alla giornata, con la consapevolezza che forse quel giorno sarebbe stato l’ultimo.
Già. Prima di conoscerti la mia vita era parecchio strana e ben differente rispetto a quella di adesso. Non ero per niente responsabile e la serietà era qualcosa a me totalmente ignota.
Vuoi che ti faccia un esempio?
Erano rari i casi in cui la mattina aprivo gli occhi e non trovavo nessuno al mio fianco, qualcuno con cui la notte prima era avvenuto uno scambio di emozioni e brividi. L’illusore, era così che mi chiamavano. Per molti anni ho fatto parte di quella cerchia di persone che adesso odio con tutto me stesso: ero colui che abbordava fantastiche ragazze in discoteca, che le seduceva con parole dolci e al tempo stesso fredde come una stalattite e che se le scopava senza un briciolo di passione, promettendo poi cose che ovviamente non avrebbe mai mantenuto. Sapessi la mia rubrica come straripava di numeri ai quali avrei dovuto richiamare, non ne avresti la più pallida idea.
“Ci rivedremo, non è così?” mi chiedevano.
“Certamente! Come no!” pensavo con sarcasmo ogni singola volta, mentre la mia bocca pronunciava parole che esprimevano un concetto chiaramente opposto ed fittizio. Il mio compito era dar loro quel piacere primordiale che qualunque persona sente il necessario bisogno di ricevere, e lo ricevevano… cavolo, eccome se lo ricevevano. E vogliamo parlare della soddisfazione che poi accomunava entrambi? Una sensazione che scemava lentamente man mano che i minuti passavano. Osservavo quasi ogni notte un soffitto differente nel buio di una camera da letto, mentre pensavo al divertimento provato poche ore prima.
Divertimento: era questo il fulcro di tutto.
Non lo nego, mi divertivo senza sperimentare alcuna emozione; ero semplicemente una macchina pronta a soddisfare la ragazza di turno quella determinata sera. All’inizio di ogni rapporto me ne vantavo anche, ma durante le ore notturne in cui sentivo il respiro pesante della persona che dormiva al mio fianco, reputavo me stesso come l’essere più squallido di questo mondo.
Potevo cambiare, avrei potuto fare in modo di smetterla una volta per tutte di comportarmi così.
“Perché non l’hai fatto?” mi avresti chiesto.
La risposta è semplice: non volevo. Mi piaceva essere ciò che ero, sebbene ci fosse quel senso di disgusto che mi prendeva dopo un paio di ore dall’atto sessuale quotidiano.
Le mie giornate erano diventare tutte uguali: sveglia, lavoro in azienda, attività sportiva post lavoro, discoteca e notte di sesso. Quando quell’ultima mancava mi divertivo semplicemente scolando alcolici di diverso tipo.
In quel caso il divertimento era ben differente ma pur sempre piacevole. Ovviamente fin quando mi rendevo conto di ciò che stavo facendo: quando poi un fitto strato di nebbia avvolgeva il mio cervello il piacere passava e con esso ogni mia facoltà mentale. Molte volte mi sono svegliato disteso su un pavimento, con i vestiti sudici e i capelli zuppi di vomito. Man mano che il tempo passava, il sesso diminuì mentre le bottiglie vuote, con le loro etichette colorate nelle quali erano appena visibili le gradazioni, aumentavano a dismisura. Eppure, nonostante sapessi il risultato di ciò che quello schifo era in grado di provocarmi, non riuscivo a smettere di ingurgitarlo. L’alcol è come una droga, una volta provato non riesci più a farne a meno… hai bisogno di qualcuno che ti porti sulla retta via prima di perdere tutto ciò che ti rimane. Era proprio ciò che stava capitando a me, stavo perdendo amici e familiari per il mio scontroso carattere che quelle bevande fiammeggianti alimentavano.
Poi incontrai lei. Caroline.
Se ti dicessi che ci siamo conosciuti al supermarket mentre stavo proprio comprando altre bottiglie di vodka da scolarmi, non mi crederesti. Sai cos’era? Era come la luce in fondo al tunnel: quel bagliore che ti obbliga a dirigerti verso di lui in un modo o nell’altro.
E io cosa ho fatto?
L’ho seguita. Se solo avessi dato ascolto alla mia parte irrazionale adesso forse non sarei qui, e per certi versi sarebbe anche un bene… perché… perché…
No, non posso. Non posso.  Credimi, vedermi in queste condizioni sarebbe stata l’ultima cosa che avresti voluto. Voglio solo avere la serenità nell’accettare ciò che è accaduto.
Sono certo che non resisterò ancora a lungo: i ricordi e i pensieri mi fanno star male giorno dopo giorno mentre la fune alla quale sono aggrappato e che mi impedisce di precipitare nel baratro della disperazione si sta per spezzare.
Non esisteva attimo in cui non pensavo a ciò che avremmo fatto insieme; alle domande che mi avresti fatto come il perché esistano le stelle nel cielo, perché quest’ultimo durante la mattina è azzurro e la sera diventa magicamente nero, perché la luna è bianca e se è vero che è fatta di formaggio; la caduta del tuo primo dentino e il tuo primo giorno di scuola; i tentativi di dirti che per te ci sarei stato sempre anche quando la tua adolescenza ti avrebbe portato a reputarmi uno stronzo.
Sono tutte cose che… che non potremo più fare.
Quando seppi della tua esistenza tutto è cambiato per me, riuscivo a vedere ciò che prima mi era nascosto sebbene fosse stato sempre davanti ai miei stessi occhi. Soprattutto riuscivo a percepire sempre più l’umanità della gente che mi circondava, e pensavo che ogni singola persona aveva provato quella stessa felicità… quelle stesse emozioni che in quel momento alimentavano la mia voglia di vivere.
Carl.
Cerco sempre di convincere Caroline a non pronunciare il tuo nome. Quelle quattro lettere, messe una accanto all’altra che mi pugnalano una ad una. Eppure non puoi neanche immaginare quante volte lo pronunciavamo, come se fossi già qui con noi trasformando in un trio quella coppia che da più di cinque anni tentava di generare la vita.
Mi è caduto il mondo addosso quando ricevetti quella telefonata. Stavo proprio parlando di te con William, gli stavo riferendo che campione saresti stato, data la tua forza a scalciare. Ricordo con precisione ogni singola parola che mi venne comunicata, ricordo che la mia vista si appannò e per tre interi secondi non riuscii a vedere nulla, ricordo l’espressione di William quando gli dissi dell’accaduto. Non versai una lacrima, ma fu lui a versarne per me. Avrei voluto fartelo conoscere, sareste andati d’accordo insieme, ne sono più che sicuro. È una stupenda persona e un grande amico, ed è stato proprio lui ad accompagnarmi in ospedale sapendo che se avessi guidato io probabilmente ti avrei seguito in poco tempo.
Aborto.
Vaffanculo a quella dannata parola. Per me quel vocabolo equivale alla morte. Perché non mi dissero semplicemente ‘suo figlio è morto’ anziché ‘sua moglie ha avuto un aborto’?
Tutti i miei progetti vennero spazzati via nel giro di pochi istanti mentre abbracciavo tua madre che piangeva con disperazione su di me. Realizzai solo allora che tu non ci saresti mai stato… non saresti mai nato, ed io non sarei mai diventato tuo padre.
Adesso? Come sto adesso?
Come se avessi perso ogni cosa. Mi dicono di affidarmi alla fede, ma una domanda mi sorge spontanea ogni volta: se è vero che esiste un Dio là sopra, se realmente egli giudica e ha potere di decisione sulla vita e sulla morte di ogni singolo essere umano… perché… perché tra sette miliardi di persone ha dovuto scegliere proprio te?
So che pecco di presunzione e che in un angolo del mondo, in questo preciso istante un padre ha perso suo figlio.
Ma al diavolo, non me ne frega un cazzo!
Io ho perso te, ho perso mio figlio e non mi interessa nulla degli altri, perché tutto ciò che mi interessava è sparito insieme alla tua breve vita.
Avrei voluto portarti qui quando saresti stato più grande, in questa collina in periferia. A guardare il tramonto, seduti entrambi sull' erba verde, la schiena poggiata su questo vecchio albero mentre il vento avrebbe scosso le sue fronde. Ti avrei parlato di quando da bambino venivo qui per ammirare il fantastico paesaggio da favola, mentre mi estraniavo dal gruppetto di ragazzini che avevano sempre fatto i bulli con me. Ti avrei detto che era il mio posto segreto in cui riuscivo ad essere libero da ogni pensiero, e che a distanza di anni l’effetto era il medesimo. C’è sempre stata una strana calma qui, ed essa è sempre stata in grado di farmi stare bene. Forse è questo il motivo per cui sono venuto qui: per cercare la pace che al momento non riesco a trovare.
Dopo tre mesi da quell’orribile evento non ho ancora versato una lacrima, sono certo che sarebbe d’aiuto, ma sembra che io non ne sia capace. Un giorno, forse, riuscirò a piangere la tua scomparsa. Fino ad allora verrò qui ogni singolo giorno, pensando che vorrei avessimo avuto più tempo.

domenica 15 aprile 2012

Nuovo inizio

Mi dispiace davvero tanto se non mi sono fatto sentire in questo periodo.
L'ultimo aggiornamento risale a Novembre e da allora non è che ci siano stati dei gran cambiamenti, a parte che ho un anno in più, compiuto qualche settimana fa. E sì... i 24 sono arrivati anche per me. Eppure credevo che a quest'età sarebbero comparsi dei superpoteri pazzeschi, invece nulla.
E vabè, pazienza, non si può volere tutto dalla vita. Giusto?

Quindi perchè questo cambio di look generale al forum?
Perchè è sparito il buon caro vecchio decrepito e poco utilizzato KAMIKABLOG?
Il suo ciclo era semplicemente terminato. Avevo dato al vecchio blog quel nome proprio per provare ad avviare un blog, ma l'avevo gettato tra le braccia del web ad una condizione: se non mi avesse convinto sarebbe "esploso" nel giro di qualche settimana. Ebbene, le settimane sono passate, così come i mesi. Alla fine il KAMIKABLOG ha compiuto due anni. Ricordo ancora quando scrissi il primo post: all'epoca avevo iniziato da poco la stesura del primo volume de "L'Ira dei Quattro"; avevo una super-influenza in circolo e poco dopo aver premuto il tasto pubblica sono andato al cesso a rigettare quello che avevo mangiato (quel mese è stato il top di disagi dovuti a quell'influenza che però mi ha portato a perdere poco meno di 20 kili in un solo mese); aspettavo con trepidazione la puntata finale di LOST da guardare con una mia carissima amica. 
Era un post parecchio divertente, mi ero anche divertito a scriverlo. Ed era questo lo spirito che volevo per il mio blog: che fosse idiota, senza un minimo di senso proprio come quel primissimo post.
Poi pian piano mi sono reso conto che la vena idiota stava sparendo lentamente. Non era più il blog che volevo, quello in cui la gente sarebbe entrata e si sarebbe fatta un po' i cazzi miei ma ridendo. Quindi diciamo che il KAMIKABLOG era già esploso da tanto tempo, per lasciare spazio a qualcosa di non definito che accomunava un po' alcuni aggiornamenti non tanto importanti e un po' alcuni sfoghi da parte del sottoscritto.
Di certo non potevo continuare in questa direzione. Non mi andava, e non mi piaceva.
Cambiamo tutto!






Un nuovo inizio.

Un blog nuovo e più curato che forse avrà contenuti ben più interessanti del precedente, un'organizzazione migliore e spero una buona percentuale di visite. 
Non mi aspetto di certo milioni di visite, sinceramente non me ne aspetto neanche un centinaio in più rispetto a prima, ma dato che non si parlerà più di me qui dentro, forse alla gente importerà di più.
Di cosa si parlerà quindi?
Dei miei vari progetti che ho in cantiere e altri che sono già in corso (insomma aggiornamenti attinenti a ciò che non sia la mia vita privata o i miei strambi pensieri).

Il nuovo aspetto azzurro-blu scuro del blog ad esempio non è altro che l'anticipazione di qualcosa che saprete a breve. Qualcosa di cui avevo parlato in un post precedente e che spero possa attirare l'attenzione e la curiosità di molti di voi.
Più di tanto non posso ancora dire, ma vi assicuro che manca molto ma molto poco per avere delle news sostanziali in mano.

Detto ciò, grazie a chiunque sia passato e sia arrivato alla fine di questo primo post del "nuovo blog".